giovedì 12 febbraio 2009

TENERE OMBRE D'AMORE

In un luogo remoto e desolato, dove il sole si diverte a disegnare magiche ombre e le genti si ricoprono di un mantello soffice e candido per respingere le sue ardenti fiamme, esiste un piccolo villaggio chiamato Zefiren. Gli abitanti di questo strano villaggio hanno l’abitudine di chiacchierare molto e commentare quello che fan tutti. Inoltre, è usanza uscire ogni sera per incontrarsi nell’unico bar del paese. Qui, dopo mezzanotte, gli uomini vanno alla frenetica ricerca di una dama con cui accoppiarsi. Alcuni consumano i pasti e gli amplessi sullo stesso tavolo. Altri, invece, molto più discreti e civili, si appartano nel boschetto. L’ignaro straniero, che si avvicina al bosco dopo mezzanotte, sentirà un gemito collettivo ed animalesco che, estraneo alle usanze locali, scambierà per il verso di un branco di lupi affamati e crudeli. Il giorno, invece, il paese è vittima di uno strano delirio. Tutti vogliono arricchirsi, ma nessuno ha ancora trovato il modo per farlo. Tutti, quindi, girandolano per il villaggio, sembrando pieni d’impegni, sbuffando perché si sentono stressati, nell’attesa, ciascuno, dell’arrivo della notte e del ritrovo al bar. Hanno anche inventato due nomi per definire il girandolare e l’accoppiarsi, li chiamano lavoro e divertimento. La fantasia degli zefiriani è davvero sconfinata.
Una mattina fresca e ventosa, una ragazza di nome Sala’m cammina spensierata per l’unica via alberata del villaggio. Ignara di ciò che le accadrà a breve, si muove con leggiadria fra le tendine dei bazar che circondano la strada. Balzella con eleganza e canticchia antiche melodie nel frastuono degli ambulanti che mercanteggiano le loro spezie. I suoi capelli, mossi dallo zefiro, da cui prende il nome il villaggio, assumono forme inconsuete e disegnano per aria stravaganti ghirigori. La gonna si avviluppa alle sue bianchissime gambe, creando armoniose pieghe che lasciano intravedere le sue forme botticelliane. Ogni dettaglio sembra creato da un volere divino, che ha ricercato nella grazia femminile la sua massima realizzazione estetica.
Accanto alla bella Sala’m cammina un giovane guerriero proveniente dalla regione meridionale di Susi. Il suo nome, Dhakir, significa colui che rispetta Dio. Ha combattuto mille battaglie ed ancora ricerca nuove sfide, nuove avventure. Nei suoi occhi brilla l’ardore infuocato che forgia la spada per sconfiggere le ingiustizie. I suoi sogni non svaniscono all’alba, ma li trasforma in semi che germogliano nel giardino della speranza. Indossa la sua divisa da guerriero e nella cintola custodisce la lama che ha valorosamente sconfitto il male in tante sanguinose guerre.
Anche quella mattina i suoi pensieri sono rivolti ai nemici che dovrà affrontare e ai pericoli in cui potrà imbattersi. Ma qualcosa, all’improvviso, calamita la sua attenzione, lo distrae dai consueti pensieri e lo conduce in direzione della bella Sala’m. Ha bisogno di un pretesto per parlarle e con gentilezza le si rivolge dicendo:
- Dolce fanciulla, mi aiuti, sono arrivato da poco a Zefiren e non conosco nessuno. Ho bisogno di un luogo dove rifocillarmi e riposare. Può darmi queste informazioni?
La ragazza, sebbene un po’ intimorita dall’approccio, sente di potersi fidare del guerriero e amorevolmente gli risponde:
- Mi segua, la porterò in una locanda dove potrà riposare e soddisfare l’appetito.
S’incamminano assieme, e nell’ora in cui il sole ha l’abitudine di stupire le persone proiettando ombre lunghissime, un attento osservatore esterno, avrebbe visto un uomo e una donna l’uno accanto all’altra, ma alle loro spalle, per terra, l’ombra di una sola persona.
Da subito Sala’m comincia a rivolgere delle domande al giovane. Scopre che proviene dalla sua stessa terra natale, la violenta regione di Susi. Terra circondata da due mari e roccaforte, da secoli, dei peggiori criminali del mare. Parlando, le coincidenze sembrano non avere fine. Sono tante le cose in comune. Il loro modo di pensare, di soffrire e di gioire sembra provenire da un’unica radice. Come una quercia robusta che apprestandosi alla morte, in un disperato gesto d’amore e disperazione, avesse trapiantato i suoi ultimi germogli in due zolle differenti.
La ragazza è piena d’entusiasmo, nonostante il guerriero abbia un nonché di misterioso, lei è consapevole di potersi rivelare a lui nella propria interezza. Gli racconta frammenti della propria vita, esperienze vissute, desideri futuri. Le sue parole si legano le une alle altre in modo torrentizio. Un fiume di parole che, rompendo gli argini della timidezza, inonda e ripulisce i cattivi pensieri del guerriero.
Il giovane è più silenzioso, si racconta negli spazi vuoti che Sala’m lascia nei suoi discorsi. Sente un irrefrenabile desiderio di conoscenza per questa creatura divina. Avverte una pulsione celeste che lo scuote nel profondo. Quasi un dolore fisico, irrazionale e sconosciuto che lo attanaglia, lo trafigge e al contempo lo esalta. Sala’m intuisce i sentimenti del giovane e li asseconda. Parlano per l’intera mattinata, vagando per le stradine del villaggio senza una meta precisa. Nessuno dei due avverte la fame o la stanchezza, nessuno dei due ricorda i propri impegni. La vita appare solo per quel momento di condivisione. Il passato e il futuro diventano concetti sconosciuti ai loro pensieri. Nulla li distoglie dalla melodia che la musa nel loro cuore suona amorevolmente.
Ad un tratto, entrambi, avvertono il bisogno di tenersi per mano. Necessitano di un contatto fisico, delicato e infantile, che suggelli quel momento estatico. Le loro energie transitano nei rispettivi corpi amplificando il sentimento di calore e passione che lo spirito continua ad emanare. Poi, d’improvviso, lo slancio del guerriero. Un bacio lungo e travolgente. Delicato e audace allo stesso tempo. Equilibrio perfetto fra passione e sentimento.
Sala’m si appoggia alla spalla del giovane e con un sussurro gli dice: “Ci conosciamo da poche ore e siamo così stretti in un abbraccio, com’è possibile?”. Dhakir risponde: “Le poche ore di oggi non sono altro che l’ultima oscillazione di un pendolo che dondola dall’eternità!”. “Lo so” replica con voce fievole la ragazza.
In questo giorno di festa, per due anime a lungo rimaste a digiuno, cala presto la notte. Una notte priva di buio, perché le stelle sono a gara per chi colora maggiormente un tratto d’universo. Ciascuna col suo chiarore offre ai due giovani la bellezza di un cielo stellato che appare come un pregiato arazzo siriano, policromo e fantasioso. In quella notte, sdraiati in cima ad una piccola collina, Dhakir si rivolge alla fanciulla e dice: “ho sempre creduto di capire gli altri, ma erano gli altri che capivano me. Ho sempre pensato di agire nel bene, ma mi sono illuso. Ho solo ammirato le stelle del cielo, aspettando un segno. E questa notte la stella che brilla più luminosa nel cielo fiammeggia nella costellazione di Eirene, che significa pace, proprio come il tuo nome: Sala’m.
Sala’m risponde al giovane con queste parole: “mio forte guerriero, il nostro incontro lo hanno voluto gli dei. Siamone grati, e con il loro aiuto che ci siamo ritrovati”.
Quelle frasi, quei sorrisi, i baci e tutti quei brividi si trasformano presto in sublimi effusioni amorose, carezze leggere che scoprono i loro corpi, avvolgono la loro pelle nuda e bianchissima. La luna sormonta lentamente la collina e dona a quei due corpi una luce intensa e radiosa che segue i loro movimenti come fosse l’illuminazione che insegue due ballerini di tango, mentre il proscenio resta al buio…
Presto la notte cede il passo al nuovo giorno, e quei due corpi, ancora stretti in un abbraccio, si risvegliano con il vociare del villaggio. Di fronte hanno il paese che ricomincia nel suo trambusto quotidiano. Il sole scalda ogni cosa dimenticando il suo sonno e le genti ritornano al consueto girandolare. Tutto si rianima e anche Sala’m e Dhakir sono di nuovo desti e pronti ad affrontare il nuovo giorno, ma con qualche dubbio in più. “Cosa facciamo ora, valoroso guerriero?” esclama la ragazza, ed aggiunge: “lasciamo che tutto prosegua come è stato scritto oppure viviamo un’altra vita proteggendo il ricordo di questa notte come fosse un diamante incastonato nel cuore?”. “E’ vero” ribatte il giovane “nulla potrà mai raggiungere l’intensità di questa notte e tutto il resto sarà solo un vano tentativo d’imitazione. Ma il sublime non ha il diritto di sconfiggere il bello ed il tenero. Scendiamo a valle, capiremo presto cos’è giusto fare”.
Insieme, ancora mano per la mano, i due giovani ridiscendono a valle ed attraversano, come avevano fatto il giorno prima, il viale alberato. Il forte vento muove le fronde degli alberi, da cui fioccano teneri fiori bianchi. Immersi in quel tripudio di vita sfiorita, che ricerca un nuovo angolo dove germinare, s’inoltrano in direzione del sole. E quelle due ombre, unite dal destino, ricongiunte dall’eternità e intrecciate dalla passione, all’attento osservatore esterno, appariranno questa volta distinte e separate, ma ancora e per sempre: bellissime…